Chiara Avezzano di Amani racconta il progetto della Fondazione Santo Versace che offre istruzione e nuove opportunità
Garantire il diritto allo studio significa offrire ai bambini non soltanto un posto in classe, ma un’istruzione capace di costruire reali opportunità per il futuro. È da questa esigenza che nasce, nei pressi di Lusaka, in Zambia, la scuola Unika, avviata dalla Fondazione Santo Versace in collaborazione con Amani e Koinonia Community, per offrire una risposta alle difficoltà di un sistema pubblico segnato da classi sovraffollate e poche ore di lezione.
Le valutazioni condotte nel 2025 avevano evidenziato un ulteriore peggioramento dell’apprendimento nella zona, rendendo urgente la creazione di un ambiente educativo con classi più piccole e un rapporto più equilibrato tra studenti e insegnanti.
Il nome del progetto è stato scelto dai ragazzi stessi, durante un laboratorio dedicato a immaginare cosa quel luogo avrebbe rappresentato per loro. Unika, in lingua Nyanja/Chichewa, significa accendere, fare luce, illuminare.
Dopo l’iniziativa avviata in Kenya con “Il Miracolo della Vita”, che restituisce un futuro a giovani ragazze madri in difficoltà e ai loro figli, la Fondazione Santo Versace prosegue il suo percorso in ambito internazionale realizzando una nuova opportunità per bambini e bambine provenienti da situazioni di forte vulnerabilità.
La scuola ha iniziato le lezioni l’11 maggio e accoglie oggi 17 alunni, seguiti da due insegnanti qualificate, con una giornata scolastica molto più articolata rispetto alle due o tre ore garantite dalla scuola pubblica locale. Dei primi passi della scuola, delle storie dei bambini e delle prospettive aperte dal progetto ne abbiamo parlato con Chiara Avezzano di Amani.
L’intervista
Cosa significa concretamente garantire il diritto allo studio in un contesto come quello in cui operate in Zambia e come questa scuola prova a rispondere ogni giorno a questa sfida?
“Insieme alla Fondazione Santo Versace abbiamo deciso di avviare una piccola scuola nei pressi del centro di Mthunzi, che accoglie ragazzi provenienti da situazioni di estrema vulnerabilità. Ci troviamo poco fuori Lusaka, in una zona dove ci sono pochissime scuole pubbliche. I bambini che accogliamo frequentavano praticamente l’unica scuola pubblica dei dintorni, con più di mille studenti, classi di circa 90 bambini e pochi insegnanti. Le lezioni sono organizzate su turni di due o tre ore al giorno, una situazione che non permette di ricevere un’istruzione adeguata. Per questo siamo partiti con 17 alunni, dal grade 1 al grade 4, seguiti da due insegnanti locali. Vogliamo capire se classi più piccole e una maggiore attenzione possano migliorare il loro percorso. Il sogno, in futuro, è avere una vera scuola aperta anche al pubblico, ma vogliamo procedere un passo alla volta”.
Chi sono i bambini che frequentano la scuola, da dove arrivano e quali storie portano con loro?
“Alcuni provengono da situazioni familiari molto complesse, che li hanno portati a trascorrere anche periodi in strada a Lusaka. Oggi vivono nel centro di Mthunzi perché non possono tornare stabilmente nelle loro famiglie. Altri provengono da famiglie molto numerose che frequentemente sono tenute insieme dalla madre o dalla nonna, mentre i padri sono spesso assenti. Non tutti i bambini riescono a frequentare regolarmente la scuola. C’è inoltre un grave problema legato all’alcol nelle fasce più vulnerabili della popolazione e a volte sono i figli più grandi a prendersi cura dei fratelli più piccoli. È a queste realtà che cerchiamo di dare una risposta attraverso questo progetto”.
In questi primi mesi di attività avete visto dei cambiamenti nei bambini, al di là dei risultati scolastici?
“Frequentare la scuola dalle 8 del mattino alle 4 del pomeriggio dà ai bambini una quotidianità molto diversa. Prima, con i turni della scuola pubblica, alcuni rientravano già a metà mattinata e per il resto della giornata non sempre potevano essere seguiti adeguatamente. Ora hanno due insegnanti che li seguono da vicino e questo permette di prestare maggiore attenzione non soltanto all’apprendimento, ma anche alla loro crescita. Naturalmente ci sono momenti dedicati al gioco e ad altre attività, anche all’aperto. La scuola è iniziata ufficialmente a maggio, quindi è ancora presto per valutare pienamente i risultati, ma è già evidente che un ambiente con classi meno sovraffollate permette di seguire meglio ogni bambino”.
La scuola di Mthunzi è un nuovo progetto della Fondazione Santo Versace che mira a offrire a questi bambini concrete opportunità educative. Quanto è importante, in un contesto come questo, poter contare su un sostegno continuativo e su una visione di lungo periodo per garantire un’istruzione di qualità?
“È fondamentale. L’incontro con la Fondazione Santo Versace negli scorsi anni ci ha portato a realizzare insieme il progetto in Kenya, Il Miracolo della Vita, dedicato alle ragazze madri. È proprio da quell’esperienza che è maturato il desiderio dei fondatori, in particolare di Francesca De Stefano, di fare qualcosa in più per i bambini: investire sull’educazione e immaginare un progetto dedicato specificamente alla scuola.
Questa collaborazione ci ha permesso di guardare anche al futuro di questo progetto. Con la Fondazione Santo Versace abbiamo scelto di procedere un passo alla volta: alla fine dell’anno valuteremo insieme i risultati raggiunti e capiremo come continuare a sostenere e sviluppare il progetto.”
Cosa ti dà questo nuovo progetto, quali sensazioni, quali emozioni?
“Da quando ho iniziato a lavorare in questi contesti ho sempre pensato che una delle cose più importanti fosse puntare sull’educazione e sull’istruzione. Una buona istruzione apre la mente e permette di costruire il proprio futuro. Qui, invece, spesso manca un’istruzione di qualità o la possibilità per tutti di accedervi. Offrire questa opportunità significa dare alle persone una possibilità concreta di cambiare la propria vita. E riuscire a farlo è una cosa molto bella”.
Voci di Speranza
“Voci di Speranza” è la rubrica della Fondazione Santo Versace realizzata in collaborazione con il quotidiano digitale In Terris, nata per raccontare storie di riscatto e progetti che accendono fiducia, dimostrando che un aiuto concreto può trasformare anche le situazioni più difficili.
In Terris è un quotidiano digitale che promuove l’occupabilità delle persone diversamente abili. Come Fondazione, sosteniamo regolarmente il lavoro di quattro giornalisti con importanti vulnerabilità all’interno della redazione e abbiamo contribuito alla ristrutturazione del sito per renderlo pienamente accessibile a tutti.