“Insieme per te”: vicinanza e speranza per le mamme in difficoltà

Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla mamma, un periodo simbolicamente legato alla primavera, alla vita e alla maternità. La rinascita della natura, i colori e la luce di questa stagione richiamano infatti la figura materna, simbolo di accoglienza, cura e amore. Anche nella tradizione cattolica, maggio è il mese dedicato alla Madonna, rafforzando ulteriormente il valore della maternità e della protezione verso i più fragili. Ed è proprio in questo spirito di sostegno e vicinanza alle donne che si inserisce il progetto “Insieme, per Te” che sostiene donne in gravidanza che vivono situazioni di fragilità, solitudine o disagio economico e familiare. Attraverso case di accoglienza, supporto psicologico e aiuti concreti, il servizio accompagna le future mamme nel percorso verso la nascita del bambino, promuovendo la tutela della vita e della dignità della persona.

Insieme, per Te

“Insieme, per Te” è realizzato dalla Fondazione Santo Versace, da sempre attenta alla tutela delle donne più fragili, in sinergia con la Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata dal Servo di Dio don Oreste Benzi, che da decenni si impegna per difendere la vita nascente e nel sostenere le famiglie che affrontano sfide legate alla genitorialità. Oltre al sostegno immediato, “Insieme, per Te” promuove la crescita personale e l’autonomia delle donne attraverso percorsi di empowerment e formazione, volti a valorizzare le competenze e a sviluppare nuove abilità personali e professionali.

Una rete di solidarietà e vicinanza

Il progetto “Insieme, per Te” rappresenta uno degli interventi più significativi in questo ambito: l’iniziativa è stata pensata per supportare le donne che affrontano una gravidanza in condizioni di precarietà economica, sociale o personale. Oltre al sostegno economico, il progetto garantisce beni di prima necessità per il neonato, supporto sanitario e accompagnamento durante i primi mesi di vita del bambino, creando attorno alle mamme una rete di vicinanza e solidarietà.

Il sostegno alle future mamme

Grazie a “Insieme, per Te”, la Fondazione Santo Versace affianca la Comunità Papa Giovanni XXIII nel sostegno alle future mamme, contribuendo a offrire serenità, assistenza e nuove opportunità a donne che spesso vivono momenti di grande difficoltà. Un aiuto concreto che permette loro di guardare con maggiore fiducia al futuro proprio e dei loro figli.

L’intervista

Per capire meglio quali sono gli obiettivi di questo progetto e come vengono sostenute e accompagnate le future mamme e i loro bambini, Interris.it ha intervistato Silvia Debora Catalano, Referente generale Ambito maternità e vita della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Quali sono le principali forme di fragilità (economica, psicologica, isolamento sociale o familiare) che riscontrate maggiormente nelle donne che si rivolgono a voi?

“Le donne che si rivolgono ai nostri canali di ascolto manifestano fragilità multidimensionali. Non si tratta quasi mai di un solo problema, ma di un intreccio di vulnerabilità. Fragilità economica: la mancanza di reddito o di un lavoro stabile rende difficile immaginare il futuro e spaventa rispetto alla gestione dei costi di una gravidanza e della crescita di un figlio. Isolamento sociale e familiare: molte mamme si trovano sole sul territorio, lontane dalle famiglie d’origine (spesso straniere) o prive di una rete amicale su cui fare affidamento. Fragilità psicologica: La solitudine e la paura del giudizio o del domani generano ansia, senso di impotenza e profondo sconforto”.

Oltre al contributo economico e alla distribuzione di beni di prima necessità, in cosa consiste concretamente l’affiancamento quotidiano delle operatrici e delle volontarie della Comunità Papa Giovanni XXIII? Come riuscite a costruire “reti di aiuto personalizzate”?

“Oltre al supporto materiale, l’azione delle operatrici e delle volontarie MeV è fatta di presenza, ascolto empatico e prossimità fisica. La mobilitazione sul territorio: Le nostre operatrici non aspettano l’incontro in un luogo, ma si muovono fisicamente per incontrare le donne lì dove si trovano, pronte a partire per dare un abbraccio e ascoltare senza giudicare. Le reti di aiuto personalizzate: ogni intervento è unico e co-progettato. Nel pieno rispetto della volontà, della scelta e del consenso di ogni donna, le operatrici attivano e coordinano una rete locale che coinvolge i servizi territoriali, altre associazioni del terzo settore e movimenti locali, costruendo intorno alla mamma una vera e propria “comunità educante e di supporto”.

Come si bilancia l’aiuto immediato con il percorso educativo e sociale volto a rendere la mamma indipendente?

“Il segreto sta nel non fermarsi all’emergenza. Se da un lato è fondamentale dare una risposta immediata ai bisogni primari (casa, cibo, utenze, pannolini), dall’altro si attiva da subito un percorso educativo e sociale. Tutelare la maternità significa curare la dimensione ‘relazionale’. Attraverso la fiducia e l’empatia, le mamme vengono accompagnate a riscoprire le proprie risorse, a orientarsi sul territorio e a compiere passi graduali verso l’autonomia lavorativa e abitativa, affinché non siano più dipendenti dagli aiuti ma protagoniste della propria vita”.

Molte testimonianze del progetto raccontano il profondo sollievo delle madri per aver “ritrovato la serenità”. C’è una storia in particolare, o un momento specifico che vi è rimasto nel cuore e che fotografa l’impatto di “Insieme, per Te”?

“Ogni mamma che ritrova il sorriso lascia il segno, ma l’impatto del progetto ‘Insieme, per Te’ della Fondazione Santo Versace, si fotografa nei momenti in cui la stabilità economica ridona dignità a un intero nucleo familiare. Grazie a questo progetto abbiamo potuto garantire un sostegno economico concreto “per un intero anno” a mamme in gravissima difficoltà, spesso già madri di altri bimbi piccoli. Il momento più bello è vedere lo sguardo di una madre che, ricevendo questo aiuto continuativo, smette di essere schiacciata dall’ansia del giorno dopo e torna a guardare i propri figli con la serenità di chi si sente finalmente protetta, ascoltata e non più sola. Ma c’è molto di più, ultima storia molto bella è stata la situazione di una mamma che abbiamo sostenuto, ma che si trovava in gravidanza in ospedale, lì si è fatta portavoce del nostro aiuto, perché c’era una giovane mamma in difficoltà. Insomma un passaparola immediato e un’alleanza tra mamme e donne in difficoltà, che ci ha contattato immediatamente”.

Che messaggio si sente di dare a una donna che in questo momento sta affrontando una gravidanza difficile, si sente sola e magari ha paura di chiedere aiuto?

“Il messaggio per una donna che ha paura di chiedere aiuto è: ‘Non sei sola’, e la tua gravidanza non deve essere un peso da portare in isolamento. La paura è naturale, ma chiedere aiuto è il primo atto di coraggio e di amore verso te stessa e il tuo bambino. Noi siamo qui, pronte a raggiungerti ovunque tu sia, per ascoltarti senza giudicarti e per camminare insieme a te. Esiste una rete pronta ad abbracciarti: il primo passo, è scriverci o chiamarci. Noi ci siamo, Sempre!”.

Voci di Speranza

Voci di Speranza” è la rubrica della Fondazione Santo Versace realizzata in collaborazione con il quotidiano digitale In Terris, nata per raccontare storie di riscatto e progetti che accendono fiducia, dimostrando che un aiuto concreto può trasformare anche le situazioni più difficili.

In Terris è un quotidiano digitale che promuove l’occupabilità delle persone diversamente abili. Come Fondazione, sosteniamo regolarmente il lavoro di quattro giornalisti con importanti vulnerabilità all’interno della redazione e abbiamo contribuito alla ristrutturazione del sito per renderlo pienamente accessibile a tutti.

Rebibbia accoglie “Abbracci in Libertà”: la forza della bellezza in carcere

L’intervista a Sandro Pepe, Assistente Capo Coordinatore della Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Rebibbia, descrive come il progetto della Fondazione Santo Versace abbia migliorato il legame tra padri detenuti e bambini

Dopo l’esperienza del carcere di Bollate, il progetto “Abbracci in Libertà” della Fondazione Santo Versace è approdato anche nella sezione maschile del carcere di Rebibbia. Un’iniziativa fortemente voluta da Santo Versace e Francesca De Stefano, che punta a trasformare gli spazi degli incontri familiari in luoghi più accoglienti e a misura di bambino. La cura dell’ambiente, i colori e i nuovi elementi di arredo e gioco non rappresentano solo un miglioramento estetico, ma diventano strumenti concreti per favorire relazioni più serene e autentiche. In questo contesto, la bellezza del luogo aiuta i bambini a vivere l’incontro con i padri detenuti in modo più sicuro, naturale e meno traumatico, restituendo dignità a un momento fondamentale per la crescita affettiva.

L’intervista

Interris.it ha intervistato Sandro Pepe, Assistente Capo Coordinatore della Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Rebibbia, che ci ha parlato dell’importanza del progetto “Abbracci in Libertà” e come la bellezza di questo luogo sia importante per la relazione padre-figlio e per il percorso rieducativo dei detenuti.

Prima della realizzazione di “Abbracci in Libertà”, come si svolgevano generalmente gli incontri tra padri detenuti e figli?

“Gli incontri si svolgevano nell’area verde, ma con giochi vecchi, spesso rotti, che avevano anche trent’anni. Nonostante questo, riuscivano comunque a tenere occupati i bambini, mentre gli adulti parlavano delle difficoltà familiari e di ciò che era accaduto durante la settimana. Era un momento importante, ma il fulcro restava il dialogo tra grandi. I bambini erano impegnati nel gioco, ma in modo limitato. Tuttavia, anche quei pochi strumenti contribuivano a creare una parvenza di normalità, richiamando, almeno in parte, la vita all’esterno”.

In che modo il linguaggio della bellezza può incidere sul benessere emotivo di padri e bambini, anche in un contesto come il carcere?

“Il cambiamento è stato evidente. L’area è stata rinnovata con colori, nuovi giochi, gazebo, piante. Sono stati inseriti scivoli, tavolini, spazi per stare insieme, quasi come un’area picnic. Questo ha avuto un impatto forte: i bambini sono più tranquilli, più sereni, e anche i padri vivono l’incontro in modo diverso. Per un bambino piccolo il rapporto passa attraverso il gioco e la fantasia, non attraverso discorsi complessi. Ho visto personalmente la differenza: questo ambiente rinnovato aiuta a costruire un rapporto più autentico. Questa attenzione alla bellezza restituisce dignità al momento dell’incontro e crea una normalità che, in alcuni casi, prima non esisteva neanche fuori dal carcere”.

Uno spazio pensato a misura di bambino incide, secondo la sua esperienza, sul comportamento dei detenuti durante gli incontri con i figli?

“Sì, certamente, incide in modo positivo. Il bambino si trova nel suo ambiente, fatto di gioco e fantasia. Questo permette anche al padre di vivere il momento con maggiore serenità. Il carcere non è un luogo naturale per questo tipo di relazione, ma uno spazio adeguato aiuta entrambi a riconoscersi in un momento condiviso. Si gioca insieme, si sta su un prato, si vive qualcosa che assomiglia alla quotidianità. Il bambino vive nella fantasia, e offrire un ambiente adatto è fondamentale. Non risolve tutto, ma migliora sensibilmente la qualità dell’incontro”.

Qual è il ruolo della polizia penitenziaria nel favorire questi momenti?

È un equilibrio delicato tra sicurezza e umanità. Il nostro compito è garantire l’ordine, ma anche comprendere quando è il momento di lasciare spazio alla relazione. Serve sensibilità: capire quando intervenire e quando, invece, concedere qualche minuto in più. Con il tempo si crea una conoscenza dei familiari e un rapporto basato sul rispetto. Si cerca di accompagnare questi momenti con attenzione, soprattutto quando il colloquio finisce, che è sempre la fase più delicata. Per questo è fondamentale un approccio umano oltre che professionale”.

Quanto è importante la relazione genitoriale nel percorso rieducativo del detenuto?

“È fondamentale. Il carcere ha una funzione rieducativa e il legame con i figli può diventare uno stimolo fortissimo. La distanza pesa, ma allo stesso tempo spinge a migliorarsi. Un padre pensa al proprio figlio, al fatto che avrebbe bisogno di lui per crescere, per studiare, per formarsi. Questo diventa un obiettivo concreto: uscire, lavorare, essere presente nei momenti importanti della vita. Sono esperienze che non si possono vivere pienamente in carcere. Ogni detenuto ha il proprio percorso, ma la relazione con i figli rappresenta spesso una delle leve più forti per il cambiamento”.

Voci di Speranza

Voci di Speranza” è la rubrica della Fondazione Santo Versace realizzata in collaborazione con il quotidiano digitale In Terris, nata per raccontare storie di riscatto e progetti che accendono fiducia, dimostrando che un aiuto concreto può trasformare anche le situazioni più difficili.

In Terris è un quotidiano digitale che promuove l’occupabilità delle persone diversamente abili. Come Fondazione, sosteniamo regolarmente il lavoro di quattro giornalisti con importanti vulnerabilità all’interno della redazione e abbiamo contribuito alla ristrutturazione del sito per renderlo pienamente accessibile a tutti.

La Fondazione Santo Versace premiata come “Testimone per la Terra”

Il 22 aprile in occasione della Giornata Mondiale della Terra 2026 celebrata ogni anno dalle Nazioni Unite, la Fondazione Santo Versace ha ricevuto il riconoscimento “Testimone per la Terra” durante la serata che si è svolta presso la Nuvola di Fuksas, a Roma, nel corso della maratona multimediale #OnePeopleOnePlanet.

La Direttrice Alessandra Corrias, premiata dalla Professoressa Antonia Testa responsabile romana del Movimento dei Focolari, ha ritirato il Premio ed ha ringraziato a nome dei Fondatori Santo Versace e Francesca De Stefano, sottolineando la loro emozione per il riconoscimento e per la sua motivazione:

“Alla Fondazione Santo Versace viene conferito il titolo di Testimone per la Terra per aver saputo trasformare la solidarietà in azione concreta, costruendo giorno dopo giorno una rete viva di sostegno accanto ai più fragili. Nata da un atto d’amore e da una visione che unisce responsabilità e futuro, la Fondazione si distingue per la capacità di dare forma tangibile ai valori della dignità umana, dell’inclusione e della giustizia sociale, intervenendo con efficacia nei contesti di maggiore vulnerabilità. Attraverso il sostegno a progetti che contrastano la povertà, promuovono l’educazione e rafforzano l’autonomia delle persone, la Fondazione dà voce a chi troppo spesso resta invisibile, contribuendo a generare un cambiamento reale e duraturo.

Questo riconoscimento è anche espressione di profonda gratitudine verso i fondatori, che con dedizione e visione hanno scelto di restituire alla comunità il valore ricevuto, trasformando un impegno personale in un’eredità collettiva di solidarietà e speranza”.

Il Premio “Testimone per la Terra” riconosce così una visione in cui prendersi cura delle persone e prendersi cura della Terra sono lo stesso gesto d’amore, perché la Terra è la nostra casa ed è la casa di tutta l’umanità.

 Il tema dell’edizione 2026, “Torniamo a Sognare”, ha rappresentato il filo conduttore della serata. Un invito accolto pienamente dalla Fondazione, che da anni lavora per costruire un futuro in cui la dignità della persona sia il punto di partenza e la generosità diventi un gesto naturale.

Il riconoscimento è stato dedicato simbolicamente a tutte le persone incontrate nel percorso della Fondazione: le madri di Kibera, i genitori detenuti, e tutte le donne e gli uomini che ogni giorno scelgono di ricominciare.

Inaugurato a Rebibbia il nuovo spazio “Abbracci in Libertà” dedicato ai padri detenuti e ai loro figli

Il 1° aprile 2026 è stato inaugurato presso la Casa Circondariale R. Cinotti – Roma Rebibbia Nuovo Complesso il nuovo spazio di “Abbracci in Libertà”. Dopo l’esperienza avviata nel reparto femminile della Casa di Reclusione Milano-Bollate, l’iniziativa si estende ora anche alla realtà maschile, offrendo un ambiente accogliente e a misura di bambino dove padri detenuti e figli potranno vivere momenti di incontro in un clima di serenità e affetto.

“Abbracci in Libertà” è il primo progetto nazionale della Fondazione Santo Versace  e nasce dalla volontà dei Fondatori di tutelare la genitorialità e la continuità affettiva anche in contesti complessi.

“Crediamo che la dignità della persona passi anche dalla possibilità di custodire i legami affettivi: offrire ai padri detenuti uno spazio dove incontrare i propri figli significa proteggere una relazione fondamentale per il loro futuro” afferma Santo Versace. Per Francesca De Stefano “Questo progetto nasce da una convinzione semplice: la pena non deve ricadere sui bambini. Per questo abbiamo immaginato uno spazio dove la bellezza possa diventare uno strumento di cura e di relazione, capace di custodire il legame tra un padre e suo figlio”.

L’inaugurazione del parco si è svolta alla presenza del Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, la cui partecipazione ha evidenziato il valore sociale dell’iniziativa.

 “Offrire ai padri detenuti la possibilità di incontrare i propri figli in uno spazio accogliente significa affermare un principio molto chiaro: la pena non deve interrompere i legami affettivi né ricadere sui bambini. Il parco che abbiamo inaugurato, per il quale ringrazio la Fondazione Santo Versace, rende concreto questo impegno e contribuisce a mantenere viva una relazione fondamentale per la crescita dei figli e per il percorso di responsabilità di chi sta scontando una pena. È un intervento importante che rafforza la dimensione umana del sistema penitenziario e sostiene percorsi di reinserimento più solidi, con effetti positivi per l’intera comunità” ha sottolineato il Sindaco.

Sia a Bollate che a Rebibbia l’iniziativa è stata realizzata anche grazie al contributo di Banca del Fucino. L’Amministratore Delegato della Banca, Francesco Maiolini ha dichiarato: “Abbiamo il privilegio di essere al fianco della Fondazione Santo Versace in quest’iniziativa, che pone al centro un tema di grandissima attualità, la relazione tra genitori e figli, valorizzando la dimensione affettiva e sociale della genitorialità. Iniziative come questa contribuiscono a rafforzare coesione e inclusione, generando un impatto positivo e duraturo sulle persone e sulle comunità”.

Il significato dell’iniziativa è stato inoltre evidenziato dalla Direttrice della Casa Circondariale Maschile di Rebibbia – Nuovo Complesso, Maria Donata Iannantuono: “Questo progetto, non è il risultato di un’azione isolata dell’Amministrazione Penitenziaria, ma il frutto prezioso di una collaborazione con il privato sociale. È la dimostrazione che quando le istituzioni e il terzo settore dialogano, il carcere smette di essere un “corpo estraneo” alla città per diventare un luogo di civiltà e di investimenti sul futuro”.

Hanno preso parte all’inaugurazione anche il Capo del DAP Stefano Carmine De Michele, Marina Finiti, Presidente del Tribunale di Sorveglianza, e Irma Conti, componente del Collegio del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.

Il nuovo parco giochi, situato nell’area limitrofa alla Chiesa giubilare, è stato progettato dallo Studio IDEAS di Milano, che ha curato anche la realizzazione dello spazio di Bollate, con particolare attenzione alla qualità, alla sicurezza e all’accoglienza degli ambienti.

Con “Abbracci in Libertà”, la Fondazione rinnova il proprio impegno nella promozione di interventi concreti a favore delle persone più fragili, mettendo al centro il valore delle relazioni e il diritto dei bambini a mantenere un rapporto autentico e continuativo con i propri genitori.

Il Senso del Pane: le ostie realizzate dagli ultimi raccontano la rinascita

“Il senso del pane è un progetto di riscatto sociale che, in modo particolarmente significativo nel tempo della Pasqua, attraverso la produzione artigianale di ostie liturgiche trasforma le ferite degli ‘ultimi’ in un percorso che restituisce dignità a chi l’aveva perduta. Proprio come il mistero pasquale insegna la possibilità della rinascita, ogni giorno mi insegna come nessuna storia è definitivamente compromessa: attraverso un impegno paziente e quotidiano, anche chi ha vissuto il carcere, la tratta o la violenza, può intraprendere un cammino reale di conversione e rinascita”. Elisabetta Cammoranesi, coordinatrice nel laboratorio di ostie di Fabriano che impiega vittime di tratta, racconta così la sua esperienza quotidiana.

Il senso del pane

Il laboratorio delle ostie di Fabriano è sostenuto dalla Fondazione Santo Versace che, dalla fine del 2024 contribuisce al progetto “Il Senso del Pane” ideato e promosso dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti. Il progetto è nato nel 2016, durante l’Anno del Giubileo della Misericordia, all’interno del carcere di Opera, a Milano, un’iniziativa dal forte valore umano e simbolico: un laboratorio artigianale dedicato alla produzione di ostie, che coinvolge alcuni detenuti condannati per omicidio. Un segno ancora più profondo se letto alla luce della Pasqua, cuore della fede cristiana, in cui il pane eucaristico diventa simbolo di vita nuova. Dopo pochi mesi dall’avvio, il progetto riceve un riconoscimento straordinario: Papa Francesco incontra i detenuti e consacra personalmente le ostie da loro realizzate. Un gesto potente, capace di dare risonanza internazionale all’iniziativa e di rafforzarne il significato profondo.

L’obiettivo del progetto

L’obiettivo centrale del progetto è offrire una concreta possibilità di riscatto a persone che vivono condizioni di grande vulnerabilità: detenuti, migranti, donne vittime di violenza e tratta, giovani in situazioni di disagio economico. Attraverso un’attività semplice ma carica di valore spirituale come la produzione di ostie, strettamente legata al mistero eucaristico celebrato in modo speciale nel tempo pasquale, ogni persona viene accompagnata in un percorso di formazione che intreccia competenze professionali, crescita personale e riscoperta della propria dignità, aprendo nuove prospettive per il futuro.

Le mani che realizzano le ostie

“Quest’opera restituisce dignità perché offre un lavoro regolare, riconosciuto e socialmente utile – spiega Elisabetta, che ogni giorno coordina il lavoro delle ragazze del laboratorio -. Chi produce le ostie sa che il proprio gesto è prezioso, soprattutto pensando che quel pane diventerà corpo donato nelle celebrazioni, in particolare durante la Pasqua”. Quelle mani che producono le ostie con movenze delicate raccontano molto più di un semplice gesto quotidiano: sono mani che hanno conosciuto la fatica, che hanno attraversato momenti difficili e saputo resistere alla paura. In ogni movimento preciso e attento si intrecciano fragilità e forza, memoria e riscatto. Così, quel lavoro paziente non è solo produzione, ma diventa testimonianza concreta di un percorso affrontato con coraggio, capace di restituire valore e dignità a ogni singola persona, proprio come il messaggio pasquale di morte e rinascita.

La storia di Amanda

Amanda lo sa bene: è arrivata in Italia dopo un lungo viaggio su un barcone malconcio, carico di molte più persone di quante avrebbe potuto trasportare. Ha lasciato la sua terra natia, in Africa, per sfuggire alla povertà, alla fame, alla violenza e alle sofferenze causate da conflitti sempre più numerosi. Insieme alla sua famiglia, è fuggita nel cuore della notte, portando con sé solo i vestiti che indossava. Ma il cammino verso il luogo da cui avrebbero potuto imbarcarsi su una carretta del mare, nel tentativo di raggiungere le coste italiane, era ancora lungo e pieno di ostacoli. Le mani di Amanda, oggi capaci di creare qualcosa di fragile come un’ostia — segno di vita e speranza che trova il suo culmine nella Pasqua — hanno trovato la forza di sostenere i suoi bambini durante la traversata del deserto: non ha mai lasciato la loro presa. E non ha mai smesso di stringere tra le braccia la più piccola delle sue creature dopo essere salite sul barcone, dove era stata separata dal marito e dall’altro figlio. Per due giorni non hanno potuto parlarsi. Neppure quando il gommone è rimasto fermo in mezzo al mare, senza più benzina. Per ore che sembravano interminabili, Amanda ha guardato il mare e ha pregato affinché qualcuno arrivasse in loro soccorso. Quando il sole cominciava a spuntare appena dal mare, in lontananza una nave si dirigeva verso di loro. Erano arrivati i soccorsi.

Una nuova opportunità e un nuovo inizio

Oggi Amanda lavora nel laboratorio eucaristico di Fabriano entrato a far parte del progetto “Il senso del pane” grazie al sostegno della Fondazione Santo Versace. Le sue mani e il suo cuore non potranno mai dimenticare la paura di quei giorni, ma ora ha l’opportunità di poter intraprendere un nuovo cammino, una vera rinascita che richiama il significato più profondo della Pasqua. “Questo lavoro ridona fiducia – spiega Elisabetta – perché mette al centro la persona, le sue capacità e non il suo passato accompagnandola con percorsi educativi e spirituali che la aiutano a rileggere la propria storia non più solo come vittima, ma come protagonista di un nuovo inizio. ‘Il Senso del Pane’ – conclude Elisabetta – è un progetto che costruisce ponti tra chi è emarginato e il resto della società, generando una rete di solidarietà che coinvolge diocesi, parrocchie e associazioni, rendendo più umana la nostra vita”, proprio nello spirito della Pasqua che unisce e rinnova.

Come sostenere il progetto

Per informazioni sul progetto è possibile scrivere a [email protected] oppure telefonare al 3485231352.
E’ possibile effettuare donazioni solidali
Intestazione Pace in Terra Cooperativa sociale a r. l.
IBAN: IT19S0538721100000004623076
Causale: Ostie eucaristiche

Voci di Speranza

Voci di Speranza” è la rubrica della Fondazione Santo Versace realizzata in collaborazione con il quotidiano digitale In Terris, nata per raccontare storie di riscatto e progetti che accendono fiducia, dimostrando che un aiuto concreto può trasformare anche le situazioni più difficili.

In Terris è un quotidiano digitale che promuove l’occupabilità delle persone diversamente abili. Come Fondazione, sosteniamo regolarmente il lavoro di quattro giornalisti con importanti vulnerabilità all’interno della redazione e abbiamo contribuito alla ristrutturazione del sito per renderlo pienamente accessibile a tutti.

L’Orchestra del mare. Un viaggio di ritorno.

All’Auditorium il concerto a sostegno del progetto “Il Miracolo della Vita– Tabasamu la Mama

Venerdì 13 febbraio 2026, alle ore 20:00, la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma ha ospitato il concerto “Un viaggio di ritorno”, un evento di grande valore artistico e umano a sostegno del progetto “Il Miracolo della Vita – Tabasamu la Mama” della Fondazione Santo Versace.

Il concerto si è svolto nell’ambito di “Un solo Mare Festival”, promosso dalla Fondazione Musica per Roma.

Un viaggio di ritorno

Dal legno delle imbarcazioni dei migranti sono nati gli strumenti dell’Orchestra del Mare, grazie al progetto Metamorfosi della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti.

Sono stati proprio questi strumenti a dare vita al concerto che ha sostenuto il progetto internazionale “Il Miracolo della Vita – Tabasamu la Mama”: cuore dell’iniziativa è una casa a Nairobi, in Kenya, nella baraccopoli di Kibera, che accoglie stabilmente giovani madri che vivono per strada in condizioni estreme, insieme ai loro bambini.

Un viaggio partito dalle coste africane che ha compiuto un ritorno simbolico proprio in Africa, dove tutto ha avuto inizio.

Il Concerto

Hanno partecipato alla serata i Fondatori, Santo Versace e Francesca De Stefano Versace, e Arnoldo Mosca Mondadori, ideatore e promotore dell’iniziativa.

Il concerto si è articolato in tre momenti:

  • Alessio Boni, accompagnato dalla Piccola Orchestra dei Popoli, ha interpretato “Orazione”, monologo liberamente tratto da “Memoria del legno” di Paolo Rumiz, per la regia di Ciro Menale;
  • Il Maestro Nicola Piovani ha dedicato un brano al progetto “Il Miracolo della Vita – Tabasamu la Mama”;
  • L’Orchestra Pessoa ha suonato le musiche di Ennio Morricone (Mission, La Califfa), Astor Piazzolla (Libertango, Adiós Nonino), John Williams (Schindler’s List) e Tommaso Quaranta (Tango Libero).

Qui il servizio del Tg2 dedicato all’evento.

Un viaggio di ritorno: il legno delle barche dei migranti suona per Tabasamu la Mama

A volte il mare non divide, ma restituisce. Restituisce storie, vite, legni segnati dal dolore che diventano strumenti capaci di generare bellezza e futuro. È da questa trasformazione profonda che nasce l’Orchestra del Mare: un progetto che fa della musica un atto di responsabilità e della circolarità il suo cuore pulsante.

Un viaggio di ritorno

Venerdì 13 febbraio 2026 alle ore 20, la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma ospiterà, all’interno di Un Solo Mare Festival prodotto dalla Fondazione Musica per Roma, il concerto “L’Orchestra del Mare: un viaggio di ritorno”.

Quei legni che un tempo solcavano il mare con uomini, donne e bambini in fuga da guerre e povertà, oggi tornano simbolicamente alle loro terre d’origine per sostenere “Il Miracolo della Vita – Tabasamu la Mama” primo progetto internazionale della Fondazione Santo Versace dedicato all’accoglienza e al sostegno di giovani madri e dei loro bambini che sopravvivono nelle strade di Nairobi.

L’Orchestra del Mare trasforma legni di barche di migranti in musica, sostenendo madri e bambini nella casa di Tabasamu la Mama di Kibera, Nairobi.

Cuore del progetto è una casa nella baraccopoli di Kibera, una delle aree urbane più densamente popolate e complesse di Nairobi. Il nome Tabasamu la Mama, che in lingua swahili significa “il sorriso della madre”, esprime il significato profondo dell’intervento: offrire protezione, dignità e prospettiva futura a donne e bambini che vivono in condizioni di estrema fragilità. La casa non è un semplice rifugio temporaneo, ma un luogo di accoglienza strutturata e accompagnamento. Le madri accolte ricevono assistenza sanitaria di base, supporto psicologico, accompagnamento educativo e sociale, oltre a un sostegno quotidiano orientato alla ricostruzione dell’autonomia personale, i bambini, parallelamente, crescono in un ambiente protetto e sicuro, nel quale possono ricevere cure adeguate, giocare, apprendere e vivere un’infanzia il più possibile serena. Il progetto prevede un percorso di permanenza della durata di circa sei mesi, seguito da ulteriori sei mesi di accompagnamento al reinserimento nella comunità, con l’obiettivo di favorire una progressiva indipendenza, anche sul piano economico e abitativo. Il progetto è realizzato in collaborazione con Koinonìa Community e Amani, due organizzazioni storicamente radicate nel territorio, che operano in Kenya da trent’anni.

Il concerto ha come obiettivo quello di sostenere e promuovere questo progetto. Così la musica diventa cura, la bellezza diventa responsabilità, il suono diventa casa.

L’Orchestra del Mare

L’Orchestra del Mare prende vita da un’intuizione profonda e dall’impegno di Arnoldo Mosca Mondadori. “Tutto parte da una domanda che Papa Francesco ci ha consegnato: ‘Perché loro e non io?’ — racconta in un’intervista a Interris.it —. È lo stesso interrogativo che mi accompagna quando incontro i giovani detenuti. Nei primi anni Duemila, durante una visita a Lampedusa, mi colpirono le barche dei migranti destinate allo smaltimento come rifiuti speciali. Sentii che quei legni dovevano avere un altro destino”. Dopo aver chiesto all’allora ministra dell’Interno Luciana Lamorgese di poterli recuperare, li fece arrivare nel carcere di Opera nel 2021: da quelle imbarcazioni, pensate inizialmente per diventare presepi, nacque invece il primo violino. “Sento come una cosa meravigliosa che l’Orchestra del Mare, nata dalle barche su cui hanno viaggiato persone che cercavano speranza e futuro partendo dall’Africa, possa attraverso la sua musica ‘tornare’ in Africa – ha dichiarato Arnoldo Mosca Mondadori -. Un’Orchestra che non ha nulla di ‘estetico’, ma che cerca di dare un segnale, come ci disse Papa Francesco per i dieci anni della nostra Fondazione Casa dello Spiriti e delle Arti, contro la cultura dello scarto – aggiunge -. E questo concerto ne è la prova: la musica di questi legni di scarto porta concretamente sostegno a mamme e bambini senza dimora”.

Il primo violino e “Il Canto del legno”

L’Orchestra del Mare nasce all’interno del Laboratorio di Liuteria e Falegnameria della Casa di Reclusione Milano–Opera, promosso dal 2012 dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti. È qui che nel 2021 è stato costruito il primo Violino del Mare, realizzato con il legno delle barche dei migranti di Lampedusa. Quel violino ispirò al maestro Nicola Piovani la composizione Canto del legno, eseguita per la prima volta nel 2022 davanti a Papa Francesco, dando origine all’idea di un’orchestra capace di trasformare scarti e dolore in voce, armonia e speranza.

Uno spettacolo in tre momenti

La serata del 13 febbraio vedrà unite l’Orchestra Pessoa e la Piccola Orchestra dei Popoli in un’unica Orchestra del Mare, in uno spettacolo articolato in tre momenti. Alessio Boni, accompagnato dalla Piccola Orchestra dei Popoli, leggerà Orazione, monologo tratto da Memoria del legno di Paolo Rumiz, per la regia di Ciro Menale. Seguirà la partecipazione straordinaria di Nicola Piovani per il progetto Il Miracolo della Vita – Tabasamu la Mama. Chiuderà la serata l’Orchestra Pessoa con musiche di Ennio Morricone, Astor Piazzolla, John Williams e Tommaso Quaranta.

Nulla è lineare, tutto è circolare

Nulla è lineare, tutto è circolare. Il legno delle barche diventa strumento, lo strumento diventa musica, la musica diventa sostegno concreto. “Un viaggio di ritorno” dà forma a questo movimento continuo: le storie di chi è partito incontrano quelle di chi oggi cerca di restare, e il mare, spesso confine e ferita, si trasforma in ponte verso “Il Miracolo della Vita – Tabasamu la Mama”. È il ritorno più profondo che si possa immaginare: non solo geografico, ma umano. Dal dolore alla speranza. Dallo scarto alla rinascita. Dalle barche alla vita.

Info

Per informazioni sull’evento e per poter acquisare i biglietti è possibile cliccare a qui

Voci di Speranza

Voci di Speranza” è la rubrica della Fondazione Santo Versace realizzata in collaborazione con il quotidiano digitale In Terris, nata per raccontare storie di riscatto e progetti che accendono fiducia, dimostrando che un aiuto concreto può trasformare anche le situazioni più difficili.

In Terris è un quotidiano digitale che promuove l’occupabilità delle persone diversamente abili. Come Fondazione, sosteniamo regolarmente il lavoro di quattro giornalisti con importanti vulnerabilità all’interno della redazione e abbiamo contribuito alla ristrutturazione del sito per renderlo pienamente accessibile a tutti.

Abbracci in Libertà, il linguaggio della bellezza per difendere la genitorialità in carcere e il sorriso dei bambini

Il 21 gennaio, Giornata Mondiale dell’Abbraccio, ci ricorda quanto un gesto semplice possa diventare rifugio, forza, casa. È proprio da questo significato profondo che nasce “Abbracci in libertà”, il primo progetto nazionale della Fondazione Santo Versace – fondata dai coniugi Santo Versace e Francesca De Stefano Versace – dedicato alla tutela della genitorialità in carcere, per custodire ciò che nemmeno una cella dovrebbe mai spezzare: il legame affettivo.

Lo scorso 26 maggio, nel mese dedicato alla Festa della Mamma, il progetto, realizzato in collaborazione con la Banca del Fucino, ha preso forma concreta nel reparto femminile della Casa di Reclusione di Milano – Bollate, dove uno spazio non utilizzato è stato trasformato in un luogo accogliente, colorato e vivo. Qui i bambini possono giocare, ridere, sentirsi al sicuro e le madri possono tornare, anche solo per un momento, semplicemente mamme. Un luogo dove gli abbracci non sono più trattenuti, ma finalmente liberi. Qui gli incontri non sono più segnati dalla distanza o dalla rigidità, ma dalla tenerezza, dall’ascolto e dalla possibilità di stringersi in un abbraccio. Il 19 marzo 2026, giorno in cui si celebra la Festa del Papà, è prevista l’inaugurazione di un nuovo parco  “Abbracci in libertà” nell’area esterna del reparto maschile del carcere di Rebibbia a Roma.

Questo progetto permette di raccontare una nuova visione del carcere: più umana, più giusta, più capace di custodire la bellezza anche nei contesti più fragili. “Abbracci in libertà” non è solo uno spazio fisico. È un gesto d’amore. È la prova che, anche dietro le sbarre, l’infanzia ha diritto alla luce e ogni madre al calore di suo figlio.

L’intervista

Per approfondire il significato di “Abbracci in libertà”, Interris.it ha intervistato la dottoressa Federica Pisani, funzionario giuridico-pedagogico dell’Istituto penitenziario di Milano-Bollate

Dottoressa Pisani, con “Abbracci in libertà” la riqualificazione di un’area non utilizzata ha permesso di portare nel carcere di Bollate colori vivaci, murales, giochi per bambini, tavoli e sedie. In che modo il linguaggio della bellezza può incidere sul benessere emotivo di madri e bambini, anche in un contesto come il carcere?

“‘Abbracci in Libertà’ ha allestito lo spazio ove le mamme detenute insieme ai loro bambini minori di 3 anni possono trascorrere del tempo insieme. Il progetto ha creato uno spazio gioco e di socializzazione allegro e accogliente. L’iniziativa ha consentito di sperimentare ancora una volta come la bellezza rappresenti una dimensione capace di promuovere atteggiamenti positivi e permetta di confrontarsi con le parti migliori di sé sulle quali è possibile per ciascuno iniziare a costruire il cambiamento”.

Come si svolgevano gli incontri tra madri detenute e figli prima di questo progetto?

“Vengono effettuati all’aperto, in un’area destinata ai colloqui familiari di tutta la popolazione detenuta: femminile e maschile. E’ uno spazio molto grande dove, contemporaneamente, si svolgono gli incontri di numerosi nuclei familiari. L’area allestita da ‘Abbracci in libertà’ invece è destinata alle mamme detenute che hanno con sé i bambini fino ai tre anni in un reparto chiamato ‘Nido’”. La bellezza di quanto realizzato grazie alla Fondazione Santo Versace consente ora di dedicare lo spazio anche ai colloqui mamma-figli monitorati dai Servizi di Tutela minori e agli incontri particolarmente delicati o problematici”.

Cosa significa per una madre detenuta poter vivere momenti di relazione con il proprio figlio in uno spazio a misura di bambino?

“Incontrare il proprio figlio in uno spazio come quello allestito da ‘Abbracci in libertà’ permette di immergersi in una dimensione di normalità familiare, di gioco e di serenità che consente di recuperare la dimensione più intima del rapporto. Più di una mamma ha raccontato che accedere allo spazio gioco ha permesso sia a lei sia ai suoi figli di ‘dimenticarsi di essere in carcere’”.

Che cambiamento avete osservato nelle madri detenute dopo l’apertura di questo spazio? E nei bambini, che tipo di reazioni avete riscontrato?

“Il cambiamento più evidente è la serenità, la spontaneità con la quale madre e figli si relazionano. Poter giocare insieme significa poter crescere insieme usando un linguaggio di divertimento e leggerezza”.

Quali sono gli aspetti più difficili da gestire della relazione madre-figlio in carcere e quali invece è essenziale tutelare per assicurare serenità ai bambini e sostegno emotivo alle mamme?

“La criticità più evidente nella gestione degli incontri mamma-figlio in carcere è rappresentata innanzitutto dalla fatica legata alla limitatezza del tempo e dello spazio in cui avviene l’incontro con il figlio che vive all’esterno: ha un inizio che fa già intravedere la fine dell’incontro ed è un momento nel quale condensare parole e gesti che nella loro spontaneità avrebbero bisogno di tempi e opportunità ben diverse. E’ difficile gestire un rapporto educativo quale quello genitoriale con l’orologio. E’ necessario garantire l’incontro in un ambiente accogliente che riesca a mettere a proprio agio il prima possibile sia le mamme sia, soprattutto, i minori e offra l’opportunità di momenti di affettuosa e autentica vicinanza”.

Sulla base della vostra esperienza, quali pratiche concrete si sono rivelate più efficaci nel promuovere una relazione il più possibile positiva all’interno del contesto carcerario?

“Credo che la regolarità, la frequenza degli incontri e il contesto accogliente siano le prime condizioni per promuovere e sostenere il legame mamma figlio. Nella mia esperienza ho constatato come là dove si consentono e si favoriscono opportunità di gioco condiviso, la relazione si rafforza e si connota positivamente indipendentemente dalle mura che circondano”. 

Voci di Speranza

Voci di Speranza” è la rubrica realizzata in collaborazione con il quotidiano digitale In Terris, nata per raccontare storie di riscatto e progetti che accendono fiducia, dimostrando che un aiuto concreto può trasformare anche le situazioni più difficili.

In Terris è un quotidiano digitale che promuove l’occupabilità delle persone diversamente abili. Come Fondazione, sosteniamo regolarmente il lavoro di quattro giornalisti con importanti vulnerabilità all’interno della redazione e abbiamo contribuito alla ristrutturazione del sito per renderlo pienamente accessibile a tutti.

“Insieme verso il Natale”: il Pranzo d’Avvento della Fondazione Santo Versace in collaborazione con l’Osservatore di Strada

Lo scorso 10 dicembre, presso il Centro Polifunzionale della Parrocchia San Gregorio VII, si è svolto il Pranzo d’Avvento “Insieme verso il Natale”, organizzato dalla Fondazione Santo Versace in collaborazione con l’Osservatore di Strada e il Centro di Ascolto parrocchiale.

L’iniziativa è nata con l’obiettivo di offrire un momento di accoglienza, ascolto e vicinanza alle persone più fragili seguite dai servizi della comunità. Un pranzo condiviso, ma soprattutto uno spazio di relazione e attenzione, pensato per far sentire ciascuno accolto nella comunità.

«Nessuno dovrebbe sentirsi solo, soprattutto in un tempo come quello dell’Avvento – hanno dichiarato Santo Versace e Francesca De Stefano Versace – La dignità e il valore di ogni individuo guidano quotidianamente il nostro impegno».

Un gesto semplice ma profondamente significativo, capace di rinnovare il valore della condivisione, della cura e dell’incontro. Una giornata in cui i partecipanti si sono ritrovati attorno alla stessa tavola, rafforzando legami e ricordando quanto l’attenzione verso l’altro possa fare la differenza.

Con “Insieme verso il Natale”, la Fondazione Santo Versace conferma il proprio impegno accanto ai più fragili, promuovendo iniziative concrete che mettono al centro la persona, l’ascolto e la costruzione di relazioni autentiche.

Redenta, le marmellate che raccontano il “Gusto del bene”

Le marmellate Redenta (redenta.it) raccontano molto più di un semplice prodotto artigianale: sono il frutto concreto di un progetto che intreccia qualità, impegno sociale e rinascita personale. In questo laboratorio, donne vittime di tratta ritrovano ogni giorno dignità e speranza attraverso un lavoro che profuma di frutta fresca e di futuro. Sostenute dal progetto il “Gusto del bene” della Fondazione Santo Versace ente filantropico, queste confetture nascono da mani che hanno conosciuto la paura, ma che ora imparano di nuovo a creare, a curare, a credere in sé. Ogni vasetto è il risultato di un processo rigoroso, artigianale, ma anche di un percorso umano profondo: mentre la frutta cuoce lentamente, si ricostruiscono identità, sogni, possibilità. Assaggiare le marmellate Redenta significa entrare in contatto con storie che stanno cambiando direzione, scoprendo un sapore che unisce dolcezza e coraggio, tradizione e rinascita. È qui che il bene prende forma, colore e profumo: in un semplice vasetto capace di trasformare un gesto quotidiano in un atto di solidarietà reale.

Il Gusto del bene

Il “Gusto del bene” non è solo un progetto: è un promemoria di quanto il bene, quando trova la strada giusta, possa cambiare destini. È l’iniziativa attraverso cui la Fondazione Santo Versace, fondata da Francesca De Stefano Versace e Santo Versace, sostiene realtà che offrono nuove possibilità a chi ha vissuto il dolore, la paura, la fragilità. È qui che nasce il laboratorio di marmellate Redenta, realizzato da don Aldo Buonaiuto, fondatore della Cooperativa Pace in Terra: un luogo in cui le giovani donne vittime di tratta, accolte nella “Casa fra le nuvole” della Comunità Papa Giovanni XXIII, riscoprono il valore di un gesto semplice. E in quel gesto ritrovano fiducia, dignità, futuro.

La storia di Sofia…

Per Sofia, un vasetto di marmellata non è solo un prodotto: è il simbolo del sogno che credeva perduto. Partita dalla Nigeria con la speranza di una vita migliore, è stata invece risucchiata da una spirale di violenza e sfruttamento. Torture, minacce, l’obbligo di prostituirsi: il suo sogno sembrava svanito per sempre. Eppure, nonostante tutto, Sofia ha trovato la forza di ribellarsi. È fuggita, ha attraversato la paura, il silenzio, la solitudine. Fino a quando non è stata accolta e protetta dalla Comunità Papa Giovanni XXIII. Oggi, grazie al “Gusto del bene” e Redenta, quel sogno che si era frantumato si sta ricomponendo: ora può lavorare, ricominciare, immaginare un domani luminoso per sé e per la sua famiglia.

…e quella di Rachele

Anche Rachele ha attraversato il buio. Dalla Bulgaria all’Italia chiusa nel bagagliaio di un’auto, convinta che avrebbe fatto la babysitter. Invece, al suo arrivo, l’orrore: vestiti succinti, un marciapiede, un ordine terribile: vendere il suo corpo. Ha rifiutato. E per questo è stata torturata con una crudeltà disumana: un orecchio ridotto a brandelli con una pinza, ciocche di capelli strappate fino a scoprire la cute, bruciature di sigarette sul corpo. In fin di vita, è stata salvata dalle Forze dell’Ordine e accolta in una casa della Comunità Papa Giovanni XXIII. Molte ferite si stanno rimarginando, ma quelle dell’anima richiedono tempo, cura, amore. E in quel laboratorio di marmellate, anche Rachele sta ritrovando una parte di sé che credeva perduta.

Aiutare gli altri: una regola di vita

Sofia e Rachele hanno iniziato un cammino di rinascita grazie al laboratorio Redenta, sostenuto dal progetto “Gusto del bene”. Per loro, un lavoro non è solo uno stipendio: è la prova che il dolore non avrà l’ultima parola. È dignità. È libertà. Questo è possibile grazie all’impegno e alla sensibilità di Santo Versace e Francesca De Stefano Versace, che hanno scelto di fare dell’aiuto alle persone più fragili una regola di vita. Grazie a loro, oggi, queste giovani donne possono guardare avanti con speranza.

Il laboratorio delle marmellate

Le marmellate Redenta sono un concentrato di natura e cura. Non contengono conservanti né pectina: solo frutta scelta, lavata e sbucciata una a una da chi, mentre lavora, si riappropria della propria storia. A vigilare su tutto c’è nonna Marina, il cuore materno della “Casa fra le nuvole”. Ha lasciato le comodità della sua vita per essere presenza, conforto, famiglia per queste giovani donne e i loro bambini. Il laboratorio, nato nelle Marche, è stato reso possibile grazie alla collaborazione dell’Università Politecnica delle Marche, che ha fornito i macchinari per la cottura e la pastorizzazione. E grazie ai cuochi del Dipartimento Solidarietà Emergenza Marche della Federazione Italiana Cuochi, che offrono formazione professionale preziosa. Fondamentale anche il sostegno della Fondazione Marche. Ogni vasetto è il risultato di un intreccio di mani, competenze e cuore.

Il “Gusto del bene” per un Natale solidale

Il Natale si avvicina, con la sua luce che invita a tornare all’essenziale. E quale gesto può essere più vero di un dono che porta con sé speranza? Sul sito Redenta.it è possibile acquistare le marmellate realizzate dalle donne che stanno ricostruendo la loro vita: prugna, pera e cacao, albicocca, mela e cannella, mandarino, arancia, fragola. Disponibili singole, in confezioni doppie o in cesti personalizzabili, queste confetture non sono solo deliziose: sono un modo concreto per restituire un sorriso a chi, per troppo tempo, ha conosciuto solo il dolore. E questo è il vero “Gusto del bene”.

Voci di Speranza

Voci di Speranza” è la nuova rubrica realizzata in collaborazione con il quotidiano digitale In Terris, nata per raccontare storie di riscatto e progetti che accendono fiducia, dimostrando che un aiuto concreto può trasformare anche le situazioni più difficili.

In Terris è un quotidiano digitale che promuove l’occupabilità delle persone diversamente abili. Come Fondazione, sosteniamo regolarmente il lavoro di quattro giornalisti con importanti vulnerabilità all’interno della redazione e abbiamo contribuito alla ristrutturazione del sito per renderlo pienamente accessibile a tutti.